Intervista a Giuseppe Provinzano

 «Il suo personaggio è affine o ha qualcosa in comune con la sua personalità?»

«Io mi ci rivedo molto, come ragazzo di quartiere, cresciuto nella periferia di Palermo.  Interpretare e sapere come agirebbe Ferrazzano, che si dà sempre da fare e cade sempre in piedi, mi aiuta a guardare la vita in un’altra maniera e ad essere più spigliato con il pubblico scherzando e facendo battute. Quindi, si, direi che mi appartiene abbastanza.»

 «Qual è la sua storia preferita?»

«La mia storia preferita è quella che mi avete interrotto tre volte, intitolata “Quannu canciai vita”, perché è una storia molto bella ed ha un ritmo pazzesco, che è appunto è stato difficile riprendere, però più o meno l’abbiamo portato a casa.»

 «Quanto pensa sia importante tramandare i “cunti” della tradizione siciliana?»

Secondo me moltissimo, non tanto per il cunto in sé, ma perché, ascoltandone le parole, insegna diverse cose che si possono riscontrare nella realtà di oggi. A me capita spesso, infatti, di ritrovare il mio personaggio Ferrazzano, camminando per le vie di Palermo.

 

«Qual è il numero massimo di storie che ha raccontato in un solo spettacolo?»

«Il record che detengo dall’apertura di questa tournée è stato 1 ora e 50 minuti ed ho raccontato 11 cunti e le 3 confessioni: ero stremato, ma anche questo fa parte del gioco. Infatti i cunti anticamente venivano raccontati nelle piazze, dove le persone, una volta stanche, potevano liberamente andarsene, ma il narratore continuava anche se il pubblico fosse composto da sole tre persone.»

«Come è stata l’esperienza fatta al teatro Tina di Lorenzo di Noto?»

«Nuova e diversa perché, essendomi esibito sempre all’aperto, era la prima volta che mi esibissi in un teatro al chiuso ed è stata la prima volta che ho avuto le persone a una certa distanza, il cunto sul palco è un’altra cosa rispetto a raccontarlo per strada. Anche più difficile perché per la prima volta le campanelle sono state suonate per la prima volta in mezzo a un cunto, quindi riprendere la narrazione e il ritmo di esso è molto complicato, ma è un rischio che io corro, anche se solitamente non accade.»

 «In cosa consiste in suo lavoro?»

«Quello che abbiamo fatto, grazie al teatro nazionale delle marionette, è stato riprendere il patrimonio del Pitrè, solitamente rappresentato nella maniera più tradizionale possibile, provando a metterlo in un meccanismo contemporaneo e performativo.»

 «A cosa serve far pescare i “cunti “e le parole dalla bisaccia?»

«È un qualcosa di divertente che tiene attento il pubblico, in realtà io conosco 35 cunti, ma non a memoria, improvviso, oggi dico delle cose, domani ne dico altre; questo metodo me lo ha insegnato Cuticchio che è stato il mio maestro e con cui ho lavorato per due anni prima di andare un scena da solo, seguendo ogni suo insegnamento. È un meccanismo aperto e divertente – io almeno mi diverto molto e penso che si noti- attraverso il quale Io mi accorgo se la persona sbadiglia, se si annoia ose se ne vuole andare, quindi questo mi porta ad allungare o ad accorciare i cunti.»

«Ha mai scritto un “cunto” di suo pugno?»

«Si, mentre i 35 cunti nella bisaccia sono conosciuti perché raccolti dal Pitrè, le tre confessioni sono state scritte da me; dopo essermi calato nella parte di Ferrazzano, ho immaginato un suo ipotetico rapporto con la famiglia, con l’amore e con un segreto intimo, come aver commesso un infamia.»

 

Valentina Gallo

Elena Bellavita

Classe IV A liceo classico